
Nello sviluppo di nuovi software e servizi online si scontrano spesso due filosofie molto diverse: una che rimanda alla purezza di un’idea e di un progetto che viene immaginato da una persona o un team e poi, pezzo dopo pezzo, costruito e rivelato al pubblico; un’altra molto più utilitaristica, che lascia crescere il prodotto nelle mani degli utenti studiando l’uso nella vita reale e aggiungendo nuove funzioni basandosi su esperienze vissute. Quest’ultima è spesso soprannominata “asfaltare i sentieri”, a voler dire che l’utente traccia il percorso preferito e poi saranno i progettisti a ufficializzare le scelte trasformando lo sterrato in una strada degna di questo nome, ovvero in vere e proprie caratteristiche di un prodotto.
Potrebbe essere questa una delle chiavi di lettura del successo di WhatsApp, il servizio che tutti noi abbiamo sullo smartphone, insieme ad altri 1,2 miliardi di persone in 180 paesi. Anche nella vasta offerta di soluzione di messaggistica e di Voice Over IP, la app fondata nel 2009 e ora di proprietà di Facebook è diventata lo standard di fatto (fuori dalla Cina) e giornalmente chi usa un telefono usa anche WhatsApp per dialogare con i familiari, flirtare, partecipare a conversazioni di gruppo con gli amici o a gruppi di interesse, chiamare e videochiamare, scambiarsi foto.
La misura della percezione della penetrazione della app è data, tra le altre cose, dalla quantità di materiale promozionale – come volantini e pubblicità – che riporta un “numero WhatsApp” per contattare un esercizio commerciale, così come il numero di trasmissioni radio e televisive che permettono di essere contattate col suddetto metodo. A prima vista sembra un controsenso, perché il “numero WhatsApp” altro non è che il numero telefonico, a cui si può telefonare oppure mandare un sms (tecnologia vecchia ma affidabile e standard). Eppure la piattaforma ha costruito negli anni un seguito fedele, una crescita appunto avvenuta assecondando le abitudini degli utenti, prima ancora che progettandole a tavolino.


