
Lo Yutu 2, un piccolo rover fabbricato a Pechino, è disceso dal suo lander e ha tracciato lunghi solchi sul lato nascosto della Luna. Un “passo gigantesco per la nostra esplorazione dello spazio e la conquista dell’universo”, ha dichiarato il capo progettista dell’impresa alla tv di Stato cinese. Ma oggi come mezzo secolo fa la corsa alla conquista del cosmo è funestata da una concorrenza spietata tra due superpotenze, e scenari economici che sembrano instabili dovunque si guardi: tanto per cominciare, Trump è ai ferri corti con la Fed e prosegue nella sua disfida commerciale con il gigante asiatico. Che, dal suo canto, vede la sua economia rallentare come non avveniva da decenni, condizionando la crescita di tante altre economie emergenti. Nel frattempo l’Europa è in uno stato confusionario, il Giappone quasi in recessione, e le banche centrali che non sanno che pesci prendere.
Due mesi e mezzo fa avevo parlato con Alberto Forchielli, economista, scrittore e imprenditore che da molti anni lavora in Asia per chiedergli a che punto fosse la guerra dei dazi tra gli Stati Uniti e la Cina, nel momento in cui si delineava una rivoluzione mai vista nell’economia degli ultimi 30 anni: lo smantellamento della catena della produzione mondiale, per ora incentrata quasi tutta sull’Asia. Riprendiamo il discorso partendo da un terremoto, dunque: Apple ha appena annunciato una significativa revisione al ribasso per le previsioni dei risultati del primo trimestre fiscale 2019, che per il gigante di Cupertino va dal mese di ottobre e dicembre 2018. Giovedì il titolo ha perso quasi il 10% in borsa: un calo imputabile soprattutto al calo di vendite dell’iPhone in Cina, come spiegato da Tim Cook in una lettera agli investitori. Forchielli mi spiega che i guai incontrati da Apple sono il segno di problemi più profondi: la Cina è più debole di quanto avessimo capito, deve trasformare radicalmente la sua economia e quanto sta succedendo pone un altro tassello nel quadro di deglobalizzazione già in corso.
“Tre sono i motivi della crisi cinese contemporanea”, spiega Forchielli: “Innanzitutto, il debito pubblico e privato che ha raggiunto quasi tre volte le dimensioni del Pil. Questo è stato il modello di crescita della Cina: le grandi banche che finanziavano immensi investimenti pubblici e privati. Ma siamo arrivati a un punto in cui il giocattolo non funziona più”. La Cina, in altre parole, è invecchiata. Proprio come l’Europa. “Gli investimenti valevano il 50% del Pil, una cosa dissennata – altrove è al massimo del 20-25 per cento. Molti investimenti sono stati fatti senza pensare al ritorno, e così il debito non è stato ripagato”. Ma la sovranità monetaria della Cina non può venire in soccorso? “Beh certo, per ripagare i debiti il governo dovrebbe stampare moneta, mandando l’inflazione fuori controllo, così i capitali lascerebbero il paese, l’inflazione esploderebbe, e così anche il conflitto sociale. No, i cinesi devono restringere il debito perché le banche non hanno più soldi”.
Fermiamoci un attimo: e la crescita del Pil, secondo gli ultimi report, del 6,5 per cento? Sarà pure in rallentamento, ma è stellare rispetto gli standard occidentali. “Macché. I dati sulla crescita cinese sono fasulli”, dice. “In realtà il Paese è in recessione, te lo dico io”. Del resto anche il giornalista Scott Rosenberg di Axios aveva spiegato che, sebbene il segnale d’allarme lanciato da Apple sia un evento raro, che non mette in discussione la salute dell’azienda in altri mercati, non andrebbe comunque preso sotto gamba: “Lo sguardo di Apple su quanto sta davvero succedendo in Cina è probabilmente più affidabile delle informazioni ufficiali sullo stato dell’economia cinese. In altre parole potrebbe essere più una brutta notizia per la Cina – e per l’economia mondiale – che per Apple”. Da qui la performance della borsa cinese, la peggiore degli ultimi dieci anni: “Si spiega col fatto che le imprese hanno meno credito, l’economia cresce meno, si contrae la domanda e la liquidità è minore. Gli investitori sono soggetti a questo: redditività e liquidità, e vale per la Cina così come per l’Occidente”.



