
Guardare un video su YouTube o sprofondare sul divano per guardare, magari in un colpo solo, tutte le puntante della serie preferita in streaming su Netflix: semplici azioni della quotidianità che a noi danno piacere, ma che fanno male all’ambiente più di quanto possiamo immaginare.
Secondo uno studio realizzato da The Shift Project, un think tank francese che lavora per un’economia libera dalle emissioni di carbonio, infatti, quasi il 4% di tutte le emissioni di CO2 può ora essere attribuito al trasferimento globale di dati e all’infrastruttura ad esso necessaria. Una percentuale che potrebbe raddoppiare già nel 2025.
Il rapporto dal titolo “Climate crisis: The unsustainable use of online video – A practical case study for digital sobriety” punta il dito soprattutto sul trasferimento di video online ad alta intensità di dati: nel 2018, rivelano i ricercatori, il traffico video online ha rappresentato l’60% del totale dei flussi di dati mondiali divenendo responsabile di oltre 300 milioni di tonnellate di CO2 emesse nell’atmosfera, l’equivalente di quello che l’economia di un paese delle dimensioni della Spagna rilascia in un anno.
Video on demand: Netflix e Amazon Prime, un servizio streaming ad alto rischio ambientale
All’interno del traffico video online complessivo, sono principalmente quattro le tipologie che impattano in maniera negativa sul clima per via del massiccio utilizzo da parte degli utenti di tutto il mondo: al primo posto i ricercatori collocano i video on demand (Netflix, Amazon Prime, ecc.) che contribuiscono al totale del traffico video per il 34%, seguono le piattaforme di video per adulti (Pornhub, YouPorn, XVideo, ecc.) per il 27%, i video tube (YouTube, Daily Motion, Youku Tudou, ecc.) per il 21% e, infine, i video presenti sulle piattaforme di social network e altri (Facebook, Instagram, Tik Tok, Snapchat, Twitter, ecc.) che contribuiscono per il 18%.



