
Con un’operazione da 4,86 miliardi di euro sostanzialmente inaspettata, Carlo Messina prende in mano le redini del risiko bancario in Italia.
La mossa annunciata nella notte con cui, attraverso l’acquisizione di Ubi da parte di Intesa Sanpaolo, potrebbe nascere la settima più grande banca dell’Eurozona (caratterizzata da asset per 1.100 miliardi di euro e 3 milioni di nuovi clienti in dote a Intesa), fa di Messina il manager bancario più intraprendente sul terreno delle aggregazioni tra quelli di tutti i maggiori istituti nazionali.
Una risposta anche alle esortazioni dei regolatori nazionali che, a ormai più di dieci anni dalla grande crisi finanziaria, più volte hanno espresso la necessità di un consolidamento che riducesse la eccessiva competizione, fosse in grado di tagliare i costi e desse una scossa alla bassa profittabilità del settore.
Un’aggregazione che non potendosi giocare sul terreno transfrontaliero (troppe le incognite regolamentari ancora presenti in tra i diversi Paesi europei nonostante gli appelli per un Unione bancaria) si è spostata in ambito nazionale. Non senza qualche sovrapposizione geografica, come appare evidente dalla previsione di conferire parte delle filiali Ubi (tra 400 e 500) a Bper.



