
La guerra contro le banche di Jack Ma, l’ex insegnante di inglese diventato uno degli uomini più ricchi del mondo, è cominciata quattro anni fa, quando i colossi del credito della Cina, punto di riferimento della burocrazia e del potere locale, hanno preso atto che i depositi segnavano il passo o, addirittura, arretravano per colpa della concorrenza di Yu’e Bao, il sistema inventato dal fondatore di Alibaba che consente di mettere soldi in un fondo d’investimento scegliendo la destinazione direttamente dal telefonino e senza passare da altri intermediari. Basta attivare un’app, cioè Alipay, gestita da Ant group. Un’alternativa semplice, comoda e in pratica a costo zero.
L’offerta ebbe un successo clamoroso. Nel 2018 i cinesi posteggiarono presso i fondi di Ma il corrispondente di 260 miliardi di dollari tra depositi, investimenti in azioni e altri asset, scatenando la reazione delle banche. Istituti necessari, tra l’altro, per mantenere in vita un sistema spesso inefficiente, attraversato da fenomeni di finanza allegra, ma che, per dirla con il premier Li Keqiang, “deve assicurare almeno un ciotola di riso ai 300 milioni di poveri che vivono nelle regioni più svantaggiate”. Il braccio di ferro che si chiuse con un compromesso: Ant group accettò di porre un tetto alla raccolta e regole più severe. Così, tra il marzo e il dicembre del 2018, i depositi amministrati da Ant Group scesero di oltre un terzo, fino a 168 miliardi.
Mr. Alibaba contro il governo cinese
Ma un compromesso non conduce necessariamente alla pace. Anzi. La guerra è scoppiata di nuovo, ma, stavolta, a fronteggiare Jack Ma e Alibaba è nientemeno che il presidente a vita Xi Jinping. A intimorire Xi sono il dinamismo e l’indipendenza del miliardario, che, nel frattempo, ha ceduto la guida del colosso dell’e-commerce ai collaboratori per concentrarsi su Ant. Il sistema che, secondo lui, cambierà il modo di gestire il denaro dei cinesi, aumentando la ricchezza e tagliando le spese improduttive.
Il conflitto è emerso agli occhi del mondo quando le autorità hanno sospeso la quotazione di Ant, già destinata a essere l’Ipo più importante nella storia della finanza (37 miliardi di dollari all’inizio, molti di più dalle prime prenotazioni), innescando il calo sia delle azioni di Alibaba che del patrimonio di Ma, scivolato al quarto posto tra i ricchi della Repubblica Popolare (da 62 a 49 miliardi di dollari). Il retroscena, ricostruito dal Financial Times, racconta di una richiesta del partito (cui è iscritto anche Jack Ma) per limitare la portata dell’operazione, così come è emerso dalle parole di Chen Long, il presidente della Consob cinese: “Gli imprenditori di internet, compreso Ma, non devono superare le frontiere dell’interesse del partito. Il governo li tutelerà solo nella misura in cui serviranno l’interesse nazionale”.



