Ogni anno la rivista Time pubblica l’elenco delle persone più influenti al mondo. Spesso i volti sono così conosciuti che le presentazioni sono superflue. Su Jensen Huang, invece, è necessario soffermarsi un po’ di più. Forbes gli attribuisce un patrimonio di 30,1 miliardi di dollari (dato aggiornato al 19 novembre 2021), elemento che, di per sé, non è però sufficiente a giustificare la sua inclusione nella lista. Per comprenderla bisogna sapere che Huang è il fondatore e amministratore delegato di Nvidia, società che si occupa di tecnologie per l’intelligenza artificiale, i videogiochi e le auto autonome.
La storia di Jensen Huang
“Sono il prodotto dei sogni e delle aspirazioni dei miei genitori”, ha raccontato Jensen alla Cnbc. La storia di Huang, nato a Taiwan e trasferitosi in Thailandia quando ancora era un bambino, si sviluppa in gran parte negli Stati Uniti. Il primo contatto con l’America è merito del padre, che negli anni ’60 partecipa a New York a un programma di formazione presso un’azienda di condizionatori. Al suo ritorno, decide che il futuro dei suoi due figli non dovrà essere nel Sudest asiatico, ma dall’altra parte del mondo. Qui, ricorda ancora Huang, interviene la madre: “Fu lei a insegnarci l’inglese, per prepararci all’America. All’epoca non capiva affatto la lingua, ma ogni giorno sceglieva dieci parole a caso dal dizionario e ci chiedeva di scriverle e di dirle il significato”.
Così, nei primi anni ’70, anche a causa di alcuni disordini civili, arriva il momento del grande viaggio, con destinazione gli Stati Uniti. Alcuni parenti si prendono cura dei due ragazzi durante il loro percorso di studi. Forbes racconta come Jensen venga mandato per sbaglio dagli zii in un collegio nelle zone rurali del Kentucky per giovani in difficoltà, dove gli viene affidato l’incarico di pulire il bagno dei ragazzi ogni giorno dopo le lezioni. Gli anni di formazione e di studi americani sono comunque fondamentali per Huang, che, come racconta in un’intervista al New York Times, trova un rifugio nei videogiochi.
Da cameriere a miliardario
Le sue ottime performance scolastiche, invece, non vanno di pari passo con la capacità di socializzare. “Ero molto introverso”, ricorda. “L’unica esperienza che mi ha tirato fuori dal mio guscio è stata servire ai tavoli da Denny’s (una catena di ristoranti, ndr). Ero inorridito dalla prospettiva di dover parlare con le persone. Avere rapporti con la clientela di un ristorante significa dovere affrontare circostanze che cambiano di continuo. Non puoi controllare l’ambiente, per la maggior parte del tempo. Capire come muovermi in quel caos, però, è stata una meravigliosa esperienza di apprendimento”.



