L’Intelligenza artificiale ha una coscienza? È questa la domanda – posta da esperti, scienziati e filosofi – a cui un team internazionale composto da 19 neuroscienziati, filosofi e informatici – guidati da Patrick Butlin, dell’Università di Oxford, e Robert Long, del Centro per la Sicurezza della Ia in California – ha provato a rispondere.
La ricerca, citata dalla rivista Nature sul suo sito, è stata pubblicata su arXiv, la piattaforma che raccoglie le ricerche non ancora sottoposte all’esame della comunità scientifica. Per rispondere a questa domanda, il gruppo di studiosi ha ideato una lista di criteri che, se soddisfatti, indicherebbero che un sistema ha una alta probabilità di avere una coscienza.
Come si legge su Nature, il team sostiene che non individuare una “coscienza” di un sistema Ia può essere un grave errore. “Se consideriamo che qualcosa abbia una coscienza”, secondo la co-autrice Megan Peters, neuroscienziata presso l’Università della California, “ciò cambia molto su come noi esseri umani riteniamo che quell’entità dovrebbe essere trattata”.
I criteri usati
Una delle sfide nello studio della coscienza nell’Ia è definire cosa significhi avere una coscienza. Come si legge su Nature, gli autori hanno assunto che la coscienza sia correlata a come i sistemi elaborano le informazioni, indipendentemente da ciò di cui sono composti: siano essi neuroni, chip informatici o qualcos’altro. Questo approccio è chiamato funzionalismo computazionale. Hanno anche ipotizzato che le teorie sulla coscienza basate sulla neuroscienza, che vengono studiate attraverso scansioni cerebrali e altre tecniche in esseri umani e animali, possano essere applicate all’Ia.



