Scioccata dalle minacce di Donald Trump sulla Groenlandia — per ora rientrate, ma tutt’altro che archiviate — l’Europa è sempre più consapevole di non potersi più fidare come un tempo dell’alleato americano. Nella battaglia delle idee, questa è la vittoria del presidente francese Macron, che insiste da anni sul concetto di “autonomia strategica”, non per rompere con gli Usa, ma per non restare paralizzati quando i loro interessi cozzano con i nostri. A Davos, ha detto cose simili il premier canadese, Mark Carney: le potenze “medie” dovrebbero far fronte comune per tutelarsi dai soprusi e dai capricci dei più forti. Buoni propositi. La realtà è che l’Europa resta oggi profondamente dipendente dagli Stati Uniti su dossier cruciali (e lo stesso vale per il Canada).
Non a caso, quasi in contemporanea, sul New York Times e sull’Economist sono usciti due articoli che numeri alla mano ci riportano a questa scomoda verità. Sul fronte della difesa mancano competenze e mezzi che solo Washington può fornire: intelligence aerea e satellitare, comando e controllo integrato, trasporto strategico, attacco di precisione a lungo raggio e infrastrutture digitali su scala iper-massiva. Senza questi “abilitatori”, l’autonomia militare europea è molto più limitata di quanto suggerisca l’aumento della spesa – aumento che pure c’è stato. Sul fronte energetico, la guerra in Ucraina ha in parte sostituito una dipendenza con un’altra: al gas russo è subentrato in modo massiccio il gas naturale liquefatto americano, oggi essenziale per la sicurezza energetica europea.
I dati ci dicono che negli ultimi anni i bilanci della difesa Nato sono cresciuti molto. La spesa militare europea è circa il 50% più alta in termini nominali rispetto al 2022; e potrebbe salire a 500-700 miliardi di euro l’anno nei prossimi cinque anni, scrive l’Economist. Con circa un terzo destinato all’acquisto di nuovi sistemi d’arma. Finora la strategia è stata guadagnare tempo: assecondare Trump per tenere in piedi una Nato a guida americana, preparandosi alla possibilità di una rottura. Che se avverrà, si spera che sia graduale: cinque o dieci anni per colmare il divario e replicare capacità oggi esclusivamente americane. Ma potrebbe volerci più tempo, e sicuramente ci vorrà tantissimo denaro.
Secondo l’International Institute for Strategic Studies, sostituire le sole capacità non nucleari statunitensi costerebbe tra 226 e 344 miliardi di dollari (solo per nuove piattaforme e sistemi d’arma), e richiederebbe comunque tempi lunghi, soprattutto se il grosso del lavoro dovesse ricadere sull’industria europea. Non è solo una questione di soldi: alcune funzioni — dalla sorveglianza satellitare al comando operativo integrato — dipendono da architetture tecnologiche e industriali che in Europa sono parziali e frammentate.



