Ha fatto scalpore la notizia che ben 4.000 lavoratori SpaceX siano diventati milionari grazie alla recente quotazione della loro azienda. Questo è il potere dell’equity compensation. In un mercato del lavoro sempre più internazionale, le aziende cercano strumenti capaci non solo di attrarre i migliori professionisti, ma anche di coinvolgerli e fidelizzarli nel lungo periodo. In questo contesto i piani di equity compensation (Esop), ovvero l’insieme dei programmi che consentono ai dipendenti di partecipare alla crescita del valore dell’impresa attraverso azioni o altri strumenti finanziari, è diventata una componente fondamentale delle strategie di talent management. Per scoprire il fenomeno e la situazione in Italia, abbiamo intervistato Gianni Orlandi, senior manager Equity Compensation di Weltix s.p.a.
Quali sono le dimensioni del fenomeno Esop?
Negli Stati Uniti questi strumenti sono ormai ampiamente diffusi: oltre il 70% delle società dell’indice S&P 500 utilizza piani basati su azioni, stock option o strumenti analoghi. Anche in Europa la loro adozione è in costante crescita, favorita dalla necessità di competere per talenti sempre più mobili e qualificati. Tra gli strumenti più diffusi figurano le Restricted stock unit, chiamate Rsu, le Stock option, gli Employee stock purchase plan, in breve Espp, e le Performance share, utilizzati per incentivare l’attività, aumentare la retention e rafforzare il senso di appartenenza dei dipendenti. L’Italia segue questa tendenza positiva. Dal 2020 l’utilizzo dei vari strumenti di equity compensation è cresciuto del 25%, sostenuto soprattutto dalle grandi aziende internazionali, dalle società quotate e dalle realtà innovative ad alto potenziale di crescita. Questi strumenti consentono alle imprese di rafforzare il proprio employer branding e di competere più efficacemente nella ricerca di figure professionali sempre più richieste a livello globale.
Quale è la sfida che le aziende affrontano in Italia?
La principale sfida è quella culturale. In Italia c’è ancora una grande aspirazione alla sicurezza salariale e una bassa propensione agli investimenti volatili. Questo si vede anche nella bassissima propensione all’investimento in azioni rispetto a formule molto più conservative come i buoni del tesoro o addirittura i depositi sui conti correnti bancari e postali. A parte le alte fasce dirigenziali, è complesso far percepire a un dipendente una remunerazione o un premio in azioni come un vero benefit. In più c’è una criticità, spesso sconosciuta, legata alla fiscalità per i dipendenti italiani.
Qual è questa criticità?
Quando le azioni assegnate ai dipendenti con residenza fiscale in Italia sono custodite presso broker o intermediari esteri, come avviene quasi sempre nei programmi globali delle multinazionali, manca spesso un soggetto italiano che possa operare come sostituto d’imposta. Chi aderisce a questi programmi deve infatti occuparsi personalmente della tassazione di dividendi e plusvalenze con la compilazione dei quadri RM e RT, del monitoraggio fiscale delle attività detenute all’estero con il quadro RW e tutti i successivi adempimenti e versamenti relativi. Si tratta di procedure spesso complesse anche per contribuenti esperti e che, secondo le stime di mercato, coinvolgono oltre 200mila lavoratori italiani inseriti nei programmi azionari delle multinazionali.



