Contenuto tratto dal numero di settembre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
“Tra un anno avremo così tante terre rare che non sapremo cosa farne”. Con questi toni entusiastici Donald Trump, nell’ottobre 2025, annunciava l’accordo economico sulle terre rare con il primo ministro australiano Anthony Albanese. L’Australia è il quarto paese al mondo per riserve di terre rare conosciute. Con l’intesa raggiunta lo scorso anno, il presidente statunitense voleva aumentare le fonti di approvvigionamento di questi minerali strategici, per i quali il suo paese dipende ancora dall’odiata Cina per l’80%. L’accordo prevedeva un investimento di 1 miliardo di dollari da ambo le parti per sviluppare l’industria della terre rare in Australia. Tra i progetti più importanti la costruzione, nell’Australia Occidentale, della prima raffineria di gallio, a cui avrebbe partecipato anche il dipartimento della Difesa americano. La Cina detiene oggi il monopolio globale del gallio, che è necessario per la costruzione dei caccia F-35 e di molti dispositivi militari ad alta tecnologia. Inoltre, la Export-Import Bank statunitense si impegnava a firmare lettere di finanziamento per circa 2,2 miliardi di dollari per progetti minerari. Secondo il governo americano, in questo modo Canberra avrebbe sbloccato l’accesso a depositi minerari di un valore stimato in 53 miliardi di dollari. Un accordo che anche secondo il Guardian “potrebbe ridefinire la mappa delle forniture minerarie globali nei prossimi cinque anni”.
La ricchezza naturale dell’Australia
L’Australia dispone di immense risorse naturali: è tra i primi cinque produttori mondiali di litio, cobalto e manganese, elementi fondamentali per la transizione ecologica, per l’industria dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori. Non dispone, però, delle infrastrutture necessarie per estrarre, produrre e raffinare le sue terre rare, per le quali nel 2023 ha lanciato il piano di sviluppo Critical Material Strategy 2023-2030. Tra i principali progetti il Nolans, per il primo impianto di raffinazione di terre rare nel paese, e il Future Made in Australia, che prevede investimenti per 15 miliardi di dollari australiani (più di 9 miliardi di euro).
Canberra, però, si trova davanti a un dilemma strategico. Da una parte i buoni rapporti con gli Usa aumentano la sicurezza e sono fondamentali per lo sviluppo dell’industria delle terre rare, dall’altra la rendono un’arena di competizione tra gli Usa stessi e la Cina. A dimostrazione della vicinanza con Washington c’è l’accordo militare Aukus tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, che vale oltre 240 miliardi di investimenti militari, oltre all’acquisto di sottomarini a propulsione nucleare e delle nuove fregate classe Hunter. Inoltre, Canberra ha stanziato 12 miliardi di dollari australiani (circa 6,7 miliardi di euro) per costruire un nuovo distretto militare a Perth. Un allontanamento da Washington, invece, rischierebbe di indebolire la deterrenza nei confronti di Pechino e renderebbe il paese assai più debole a livello geopolitico nell’Indo Pacifico.
L’incognita cinese
La vulnerabilità geostrategica più rilevante per l’Australia, in quanto isola, è la completa dipendenza economica dalla rotte marittime che potrebbero essere interrotte, anche solo parzialmente, in caso di un conflitto con la Cina. Questo spiega perché i governi australiani adottino una posizione di equilibrio tra gli Usa e la Cina. Riguardo ai rapporti con Pechino, Albanese ha affermato: “Cooperate where we can, disagree where we must”, ovvero cooperare dove possiamo, essere in disaccordo dove dobbiamo. Questo perché il governo australiano non può permettersi di distaccarsi completamente da Pechino.
La Cina, dopo il primo accordo del 2015, è il primo partner commerciale di Canberra e assorbe un terzo dell’export australiano, anche se i rapporti si sono via via deteriorati dal 2018, quando il governo australiano escluse Huawei dalle sue reti 5G, su richiesta statunitense. Non da ultimo l’ordine di Canberra ad alcuni azionisti cinesi, che detenevano tra il 5% e il 6% della società di esplorazione mineraria Northern Minerals, di cedere le loro azioni per motivi di sicurezza nazionale. A quest’ultima mossa sono seguite le parole del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, che sostiene la necessità di “gestire le divergenze con un approccio basato su uguaglianza e rispetto per far crescere le relazioni bilaterali, anziché lasciare che siano ostacolate dai pregiudizi”.
Tutti i tavoli dell’Australia
Pechino non vuole rinunciare a un partner come l’Australia, e non solo per l’interscambio commerciale. Secondo il think tank australiano Lowy Istitute, dal 2018 la Cina cerca accordi per l’installazione di basi militari nelle nazioni insulari del Pacifico e l’Australia, viste le dimensioni, è centrale. Il governo australiano, per non dipendere troppo dalla Cina dal punto di vista economico, si sforza di trovare accordi di cooperazione con altri paesi. In primis quello con l’Unione europea, che ha quasi azzerato i dazi reciproci. Da una parte l’accordo aprirà il mercato europeo ai prodotti agricoli e alla carne australiana (circa 30mila tonnellate all’anno), dall’altra permetterà all’Ue un migliore accesso alle terre rare e farà crescere del 33% le esportazioni europee in Australia, secondo le stime della Commissione europea, raggiungendo i 17,7 miliardi di euro entro il 2036.
Con l’India di Modi, invece, Albanese ha siglato accordi su difesa, sicurezza marittima, nucleare civile e tecnologie critiche, serviti soprattutto ad aprire all’Australia il mercato più grande al mondo. Canberra ha firmato anche un memorandum d’intesa con il Giappone sulla difesa comune. All’apparenza meno rilevante, ma in realtà fondamentale, è l’accordo di luglio con le Figi per la mutua difesa. Le isole, per la loro posizione, sono strategiche. Il Pacifico è diventato il principale teatro della rivalità tra Cina e Stati Uniti. Albanese e il suo governo dovranno mantenersi in equilibrio tra i due giganti, per non danneggiare il paese e far diventare l’Australia un potenza regionale.
LEGGI ANCHE: Il Vietnam può diventare l’alternativa alla Cina per le terre rare