Dal cashmere per Armani al Rosso Valentino: a Biella c’è uno dei poli lanieri più famosi al mondo

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Articolo tratto dal numero di febbraio 2023 di Forbes Italia. Abbonati!

A Biella, tra i maggiori poli lanieri al mondo e riferimento assoluto per i tessuti di alta gamma, l’arte della lana, oltre che precoce, è  imperitura. La si coltiva dall’epoca pre-romana ed era regolamentata con statuti ad hoc già fra il Milleduecento e il Trecento, negli anni in cui – nero su bianco, oltre che in rima – Dante mandava mezzo mondo all’Inferno mentre nella sua Firenze, faro d’Europa, a difesa di quest’arte nasceva la più ricca e potente delle corporazioni del Medioevo.

Città creativa dell’Unesco nel settore Crafts & Folk Art, Biella ha resistito alle varie crisi che hanno contrassegnato il settore del tessile, compresa quella dell’ultimo scorcio del Novecento. Come un’eroina greca è sopravvissuta anche all’alluvione del 1968, che spazzò via tante aziende. È rimasta in sella poiché ha tenuto conto dei nuovi mercati e stili di vita, riorganizzando di volta in volta la produzione, che dagli anni Settanta è passata dall’essere di massa e a basso costo alla nicchia dei filati e tessuti di altissima qualità, privilegiando lane australiane e neozelandesi, cashmere, pelo di cammello, alpaca, vigogna, mohair. Gran parte dei tessuti di pregio utilizzati in tutto il mondo viene da qui. 

Le maison che attingono dal Biellese

Vi attingono le più importanti maison di moda e di design: dai cashmere purissimi per Giorgio Armani ai divani nello Studio Ovale della Casa Bianca, fino al cappotto di Audrey Hepburn in Vacanze romane, scartabellando i volumi dell’ex lanificio Pria si scopre un mondo da Mille e una notte. Qui, per esempio, venne messa a punto la speciale formula per ricavare i toni di un colore leggenda: il Rosso Valentino.

L’eccellenza è anche una questione di numeri, fisiologicamente bassi. Non è da tutti raggiungere la vetta e soprattutto starci. Si spiega così il calare dei numeri dal 2000 a oggi. Nel 2001 le imprese nel tessile erano 1.555, mentre nel 2021 erano diventate 669. Gli occupati di settore sono passati da quasi 23mila a 10mila. In compenso il valore dell’export è sì sceso da 1,2 miliardi a 941 milioni, ma non è proporzionale alle contrazioni di cui sopra ed è certo scaturito dalle aziende che hanno messo in campo nuove  strategie e rinnovate competenze per operare in quella che è diventata una nicchia: la quota di mercato della lana e delle fibre nobili è sprofondata all’1%, in linea con la predilezione dei capi informali rispetto ai classici lanieri.

Le aziende storiche

È così alcune aziende si sono reinventate. Ecofuture è alla terza generazione ed è rinata cinque anni fa sotto nuove spoglie, imponendosi come unico marchio in Italia di abbigliamento intimo realizzato con tinture completamente naturali. Reda, attiva dal 1865, si è aperta al mondo dello sport, con tessuti tecnici e performanti in lana merino, sperimentando poi tessuti dove la lana fa tutt’uno con una fibra cellulosica di origine botanica. Altra azienda che, nonostante le tempeste che la storia riserva, è sempre approdata alla sua Itaca è la Vitale Barberis Canonico, quest’anno al suo 360esimo compleanno: sempre alla ricerca di nuove soluzioni, si è inventata una nuova flanella cardata in pura lana, realizzata al 40% con fibra riciclata, derivata da tessuti di scarto del lanificio.

È ormai alle soglie dei tre secoli la Piacenza Cashmere, dinastia tessile che ha impresso l’anno di fondazione, il 1733, nel proprio logo. Su tutti impera il colosso Ermenegildo Zegna, leader globale di abbigliamento maschile di alta gamma, per il quale bastano il nome e qualche numero: 1,29 miliardi di euro di fatturato nel 2021, 500 negozi (per i dueterzi gestiti direttamente dal gruppo) in 80 paesi. La storia di Zegna iniziava nel 1910, quando il nonno dell’attuale ad, anche lui Ermenegildo, fondava un lanificio a Trivero, a 11 chilometri da Biella. L’elisir di lunga vita si deve in gran parte alla scelta di imporsi come manifattura a ciclo chiuso, che muove dalla materia prima fornita da allevatori opportunamente scelti al capo in vetrina. 

Le aziende che darwinianamente sono sopravvissute alla selezione della specie (tessile) più volte hanno cambiato pelle, prima scomponendo i processi produttivi a favore di terzisti, poi di nuovo ricompattando i vari cicli produttivi. Ora guardano oltre il perimetro della propria azienda, facendo squadra per mettere a fattore comune le conquiste. È così che è nata nel 2022 MagnoLab, rete di imprese che condivide le proprie conoscenze per sviluppare innovazione in modo strutturato. Nella sede di Cerrione ha installato impianti pilota per sviluppare prodotti e processi innovativi con cicli di sperimentazione rapidi e snelli.

Qui si concentrano le attività di prototipazione che interessano tutti gli anelli della filiera, dalla preparazione delle fibre alla filatura, tessitura, tintoria, finissaggio e confezionamento. Si punta inoltre su una formazione aggiornata. In dicembre, per esempio, è stata lanciata la Academy di filiera Tessile e Green Jobs, nata dalla sinergia di 13 agenzie formative, 38 imprese e soggetti fra cui Unione Industriale Biellese, fondazioni Its, università, poli di innovazione, con Città Studi quale agenzia capofila.

I numeri

La forza di questo distretto sta proprio nella sua anima camaleontica, per cui nel Settecento abbracciò la novità della protoindustria, passando il secolo dopo alla meccanizzazione, che a Biella ha un padre nobile: Pietro Sella, l’uomo che andò dove si ebbe il big bang della prima rivoluzione industriale, l’Inghilterra, e di rientro acquistò in Belgio un macchinario grazie al quale, nel 1817, in un’antica cartiera fondava il Gian Giacomo e Fratelli Sella, primo lanificio italiano a lavorazione meccanica.

La Ur-Fabbrica fece scuola, i lanifici via via si dotavano dei telai di ultima generazione. Al punto che si passò dagli 800 del 1848 ai 2.200 del 1861. Numeri che nel 1864 sollecitarono la nascita della Società dei fabbricanti di pannilana, fra le prime forme di associazione di matrice datoriale, nucleo originario dell’attuale Unione Industriale Biellese.

Altra scossa, non metaforica, veniva impressa dall’avvento dell’energia elettrica, che svincolava gli stabilimenti dalla necessità di collocarsi lungo i corsi d’acqua delle valli. Erano 3mila i telai censiti all’alba del Novecento e 6.700 nel 1952, corrispondenti al 72,4% di quelli attivi in Piemonte e al 30,4% di quelli esistenti in Italia.

Biella è ora in gran fermento. Da un lato le imprese di settore abbracciano la svolta digitale e sostenibile e guardano oltre la nicchia della lana. Dall’altro si progetta un’articolazione produttiva multisettoriale che valorizzi l’enogastronomia, il turismo e pure il patrimonio industriale dismesso. In tal senso, fa scuola la Cittadellarte di Michelangelo Pistoletto, artista dalle quotazioni milionarie, che ha preso forma nell’ex lanificio Trombetta. I 50 chilometri che congiungono Biella a Borgosesia, la cosiddetta via della lana, sono disseminati di ex lanifici che tornano a nuova vita, raccontando cosa furono per ridisegnare il futuro.

La Biella che si reinventa

• Yuool Italia

È nata nel 2018 in collaborazione con l’azienda calzaturiera  brasiliana Yuool. La startup fa capo a Stefano Aglietta, giovane imprenditore di Italfil (storica filatura biellese) che ha brevettato scarpe in lana merino extra fine, morbide e resistenti, dunque versatili, dal design pulito ed elegante. 

• Dbt Fibre

Ha sede a Cerrione ed è il prodotto della fusione di quattro aziende europee con una lunga tradizione nel settore tessile. Attiva dal 2003, con gli anni si è specializzata nella nobilitazione di fibre sostenibili e tecno fibre, proponendo una vasta gamma di nastri cardati o top pettinati per filati classici e fantasia. Opera nel tessile/abbigliamento, ma anche nell’arredamento, lavorando ogni tipo di fibra, dalle naturali alle artificiali e sintetiche, per la moda e l’industria.

• De Martini

Attivo dal 1960, nel 1973 ha raccolto la sfida di produrre filtri a capillarità controllata, utilizzati come serbatoi negli strumenti da scrittura, nel campo della cosmesi e della profumazione d’ambiente. Nel 1986 un impianto per la produzione di fibre di poliestere ha ampliato ulteriormente la gamma di prodotti e le relative applicazioni. L’azienda produce e distribuisce filtri in fibra di acetato, poliestere e polipropilene ed è fornitore dei maggiori produttori mondiali di strumenti da scrittura, dispositivi di profumazione e prodotti per il campo estetico.

• Marchi & Fildi

È nata nel 2007 dalla fusione di due realtà storiche del panorama biellese: la Filatura Marchi e la Fildi, entrambe attive dagli anni ‘60. Produce filati sia per la moda che per l’arredamento. Tra le ultime conquiste aziendali c’è Ecotec, un processo produttivo che permette di creare nuovi filati utilizzando materiale tessile di scarto pre e post consumer.

• Filidea

Ha preso corpo nel 2008 come realtà innovativa e dinamica all’interno del gruppo Marchi & Fildi. La produzione di filati di Filidea contempla sia il settore moda sia i filati per utilizzi tecnici, quali abbigliamento protettivo e da lavoro, attraverso il brand Filidea Technical Yarns. Il moderno impianto di tintoria su rocche, totalmente rinnovato all’inizio del 2018, permette importanti riduzioni nell’utilizzo di acqua e di ottimizzazione delle risorse.

• Maglificio Maggia

È un’azienda storica classe 1780, nata a Occhieppo Superiore. Occupa ancora lo stabilimento originario, però in una versione 4.0. Nello stabilimento si confezionano i tessuti del Maglificio Maggia, con un’offerta che spazia dai jersey semplici e t-shirt agli interlock mercerizzati da camicia, dalle felpe ai doppi per capospalla, dai punti stoffa per morbidi abiti femminili ai tessuti tecnici e alle spugne. 

L’articolo Dal cashmere per Armani al Rosso Valentino: a Biella c’è uno dei poli lanieri più famosi al mondo è tratto da Forbes Italia.

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